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Approfondimenti

  • I carboni attivi

  • Gli agenti antischiuma

I CARBONI ATTIVI

I carboni attivi sono dei carboni che vengono utilizzati come filtranti, con lo scopo di adsorbire contaminanti presenti sia nei liquidi che nell’aria. Detti attivi o attivati per il processo al quale sono sottoposti, che dona loro specifiche caratteristiche, come i molti piccoli pori che ne aumentano l’area superficiale, dandogli così un maggior potere adsorbente. In media un grammo di carboni attivi presenta un’area superficiale di 500-2500 m2, ma può arrivare fino a 3000 m2 (Dillon et al. 1989).

Possono essere preparati partendo da diversi materiali, sostanze organiche con un elevato tenore di carbonio, di cui i più comuni sono il carbone, il legno (lignite) o i gusci di noce di cocco. Inizialmente vengono sottoposti a pirolisi con temperature tra i 600 e 900 °C alla presenza di gas inerti, come l’azoto o l’argon, ovvero in assenza d’aria. In seguito sono esposti all’aria, dove si ossidano, “attivando” il materiale utilizzando del vapore, sempre a temperature tra i 600 e 900 °C, permettendo l’erosione della superficie e la formazione interna di pori. Per aiutare la formazione di pori può essere aggiunto del cloruro di metallo durante il processo.

Non solo il materiale di partenza influenza le caratteristiche del prodotto finale, ma anche il tempo di attivazione. Più è elevato, maggiore è la formazione di pori, ma anche la loro grandezza.

I principali parametri di caratterizzazione di un carbone attivo sono l’area superficiale, le dimensioni dei pori (capacità ad adsorbire molecole di diverse dimensioni), l’umidità, il contenuto di ceneri, la densità (apparente, particellare e reale), la durezza e la resistenza all’abrasione (Grassi M. 2010). D’importanza maggiore è ad esempio il volume dei pori, espresso in volume per unità di peso del carbone. Generalmente per carboni originati da minerali di carbone i valori sono di 0.8-1.2 mL/g, mentre per quelli ricavati da materiale legnoso di 2.2-2.5 mL/g (Cooney, 1999). I pori generalmente hanno struttura irregolare e possono essere di dimensioni differenti, da meno di 10 Å a più di 100000 Å (1 Å = 0.000000001 m). I pori sono classificati come macropori, se il diametro è superiore a 500 Å (>50nm), mesopori con un diametro tra 500 Å e 20 Å (50-2nm) e micropori quando il diametro dei pori è inferiore a 20 Å (<2nm) (Grassi M. 2010).

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Figura 1: rappresentazione delle cavità formate dai pori di un carbone attivo, sulla cui superficie vengono adsorbiti gli inquinanti.

Altri elementi che possono influenzare la capacità di adsorbimento sono (Pavanato, 2011):

  • La temperatura: in linea generale più la temperatura è alta, più si abbassa la capacità di adsorbimento.

  • Il pH della soluzione: il pH è di centrale importanza quando si ha a che fare con sostanze che possono ionizzarsi per effetto del pH, poiché un composto, se ionizzato, è più difficilmente adsorbito. In generale dunque, le sostanze acide vengono adsorbite meglio con un pH basso, mentre quelle basiche con un pH alto.

  • La natura del soluto: per i composti inorganici in forma neutra si ha un buon potere d’adsorbimento, al contrario di quelli in forma ionizzata. Per i composti organici invece, più carbonio contengono e più sono grandi, e più saranno adsorbiti. La presenza di gruppi funzionali può aumentare (gruppo NO2) o diminuire (gruppi ossidrile, amminici e solfonici) la capacità di adsorbimento. Anche la struttura molecolare influenza la qualità d’adsorbimento, che è ad esempio migliore per i composti aromatici e minore per gli alifatici. La polarità è anch’essa un parametro importante, i composti apolari sono più facilmente assorbibili al contrario di quelli polari.

  • I soluti concorrenti: la presenza di più soluti crea una competizione per l’adsorbimento. Possono comunque essere presenti siti attivi con affinità solo per specifiche sostanze, diminuendo la competizione.

I carboni attivi possono essere classificati in differenti tipologie, in base alla loro dimensione, forma, metodo d’utilizzo e applicazioni pratiche:

  • Carbone attivo granulare (GAC): carbone sotto forma di granuli. Adatto per l’adsorbimento di gas o vapori, cui si diffondo rapidamente. Essendo di dimensioni maggiori del PAC, presenta una superficie specifica minore. Solitamente utilizzato in letti filtranti.

  • Carbone attivo in polvere (PAC): carbone attivo sotto forma di polvere, con pori più piccoli e quindi con maggiore superficie specifica. Generalmente con diametro tra 0.15-0.25 mm. È introdotto direttamente nelle altre unità del processo del trattamento delle acque, come nei fanghi, nei bacini di miscelazione o chiarificazione.

  • Carbone attivo estruso (EAC): è una miscela di carbone attivo in polvere ed un legante (resina), poi fusi insieme ed estrusi in un blocco unico cilindrico con diametro tra 0.8 mm e 1,3 cm. Utilizzato principalmente per composti in fase gassosa grazie alla sua bassa perdita di carico, elevata resistenza meccanica e un basso contenuto di polveri.

  • Carbone attivo a microsfere (BAC): derivante dal petrolio, presenta un diametro tra i 0.35-0.80 mm. Ha caratteristiche simili al EAC (una bassa perdita di carico, elevata resistenza meccanica e un basso contenuto di polveri), ma con una granulometria inferiore. La sua forma sferica lo rende ideale per applicazioni a letto fluido per la filtrazione dell’acqua.

  • Carbone attivo impregnato: è un carbone poroso impregnato con composti inorganici come lo iodio e l’argento, per migliorarne le prestazioni.  

  • Carbone polimerico: carbone rivestito con un polimero biocompatibile per dare un rivestimento liscio e permeabile senza bloccare i pori. 

  • Carbone attivo biologico (BAC): la superficie del carbone favorisce naturalmente la proliferazione della biomassa batterica, che agisce anch’essa nell’adsorbimento dell’inquinante.​​​

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Figura 2: carbone attivo granulare (CAG), carbone attivo in polvere (PAC) e carbone attivo estruso (EAC).

Per scegliere la tipologia di carboni attivi da utilizzare per la rimozione di una determinata sostanza, spesso si guarda l’equilibrio di adsorbimento, ovvero la capacità massima d’adsorbimento di un specifico solvente. Questo è espresso tramite diagrammi delle isoterme di adsorbimento, specifiche per ogni soluto e fornite direttamente dal produttore dei carboni attivi. Si tratta semplicemente di grafici che mostrano la concentrazione finale di soluto nella soluzione per la concentrazione adsorbita dal carbone, a temperatura e pH costanti (Fig. 3).​

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Figura 3: Isoterma di adsorbimento del cesio con il modello di Langmuir. 

Per stimare la quantità di carbone attivo necessario, si può fare riferimento al Carbon Usage Rate (CUR), che determina il suo tasso di esaurimento: la quantità di carbone attivo che si esaurisce per il volume di acqua trattata. Con questo valore si può poi calcolare il tempo teorico di esaurimento dei carboni, fornendo dunque un’indicazione di quando deve essere rigenerato o sostituito.

 

I carboni attivi dopo essere stati utilizzati svariate volte, a dipendenza del composto da filtrare, perdono la loro capacità adsorbente, ovvero si esauriscono e devono quindi essere rigenerati per tornare a livelli di adsorbimento performanti. La rigenerazione può essere effettuata con differenti metodi:

  • Flusso di vapore o di gas inerte: avviene a temperature elevate per permettere il distacco delle sostanze volatili adsorbite;

  • Processi termici: il carbone attivo viene riscaldato in forni rotanti ad atmosfera controllata a temperature di 
800-900 °C
, permettendo la degradazione termica dell’inquinante e la ristrutturazione dei pori. Con un’alta efficienza è anche chiamato processo di riattivazione.

  • Metodo chimico: l’utilizzo di sostanze chimiche permette l’ossidazione dei composti organici o in alternativa l’utilizzo di solventi per la loro estrazione. Ideale per la rimozione di un unico inquinante o particolari classi di composti, perché tende ad avere difficoltà nella rigenerazione di combinazioni eterogene di sostanze, come nel caso delle acque reflue.

  • Processi di rigenerazione biologica: utilizzo di microorganismi per la degradazione del contaminante (Aktas and Çeçen, 2007).
 Solo per contaminanti organici.

  • Rigenerazione con microonde: le microonde sfruttano la natura dielettrica dei carboni attivi, permettendo un aumento della temperatura al suo interno e il desorbimento dei contaminanti dai carboni.

 

Da notare che il carbone attivo granulare può essere riattivabile, al contrario di quello in polvere, che deve essere rimosso mediante sedimentazione o filtrazione su membrana.

Nella riattivazione, del materiale viene perso e deve dunque essere sostituito da carbone nuovo. Dopo svariati cicli, il carbone attivo deve essere comunque sostituito o rimpiazzato.

Per quanto riguarda lo smaltimento dei carboni attivi esausti, in genere, devono essere trattati e poi smaltiti come rifiuti pericolosi, soprattutto il carbone attivo impregnato, seguendo dunque le legislazioni e raccomandazioni locali.

UTILIZZO DEI CARBONI ATTIVI

I carboni attivi sono ampiamente utilizzati per il trattamento delle acque reflue e potabili, per la purificazione dell’aria, di piscine e acquari, in ambito alimentare e nell’industria farmaceutica.

Uno dei punti di forza dei carboni attivi è il loro grande spettro di efficacia su diverse molecole, anche molto differenti tra loro. L’adsorbimento di un ventaglio diversificato e eterogeneo di sostanze permette l’utilizzo anche in condizioni in cui sono presenti più sostanze da eliminare. È anche adatto nel proteggere da contaminazioni puntuali e inquinamenti improvvisi. È particolarmente indicato per sostanze poco o non degradabili.

Si tratta inoltre di un sistema con un basso consumo di energia nel suo utilizzo e che non produce sottoprodotti.

 

In generale il carbone attivo ha un’efficacia maggiore con i composti non polari, quelli poco idrosolubili e quelli con elevato coefficiente di ripartizione ottanolo/acqua (Kow). È valido anche nell’eliminazione di residui dei trattamenti di ossidazione e disinfezione (UFSP, 2010).

Oltre al fatto che può essere utilizzato per il controllo di sapori e odori, influisce anche sul COD (domanda chimica d’ossigeno), il BOD (domanda biochimica d’ossigeno) e il TOC (carbonio organico totale).

Nell’acqua potabile l’adsorbimento su carbone attivo è considerata la migliore tecnologia disponibile per la rimozione dei microinquinanti emergenti (Delgado et al., 2012). Nella produzione di acqua potabile è preferibile usare il carbone attivo granulare (GAC) in filtri alla fine del processo, prima della fase di disinfezione. Il carbone attivo in polvere (PAC) è usato solo in caso di episodi puntuali di criticità.

 

Nel processo di trattamento delle acque reflue, si utilizza invece maggiormente il PAC. Il carbone attivo in polvere può infatti essere dosato direttamente nel reattore biologico già esistente o a monte di un filtro terziario. Il tempo di contatto varia dai 20 ai 60 min, o più. Il dosaggio è influenzato dai valori della materia organica dell’affluente, ma di solito con valori 7-20 mg/L. Abitualmente nel trattamento a fanghi attivi di acque reflue urbane, il dosaggio è di circa 1,5 gPAC/gDOC (GdL-MIE. 2020).

 

Per aumentare l’efficienza d’eliminazione dei microinquinanti una combinazione della tecnica di ozonizzazione e adsorbimento su carboni attivi sembra essere ideale (Reungoat et al., 2012). Si ha infatti l’attivazione biologica del carbone attivo (BAC), l’ossidazione tramite ozono accresce la biodegradabilità delle molecole poiché degradate dalla biomassa che si trova sui carboni attivi, aumentando dunque l’adsorbimento (GdL-MIE. 2020).

Esempi di alcune classi di composti in cui il carbone attivo presenta la sua efficacia:

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GLI AGENTI ANTISCHIUMA

Introduzione

Un agente antischiuma, o semplicemente antischiuma, è un additivo chimico che permette di ridurre o ostacolare la formazione di schiuma, soprattutto nei processi industriali. 

 

La formazione di schiuma può essere un elemento fastidioso per l’impianto e causarne problemi di funzionamento ed efficacia: abbassa la resa produttiva, danneggia le pompe, fuoriesce dai contenitori, rende scivolose le superfici, diminuisce la capienza dei recipienti, si può riversare nell’ambiente, … A volte si rende quindi necessario aggiungere dei prodotti in grado di prevenire la formazione di schiuma o/e di rompere una schiuma già presente.

 

In precedenza si faceva distinzione tra due categorie di antischiuma: i preparati specifici per prevenire la formazione della schiuma (antifoamers, con lo scopo di produrre bassa schiumosità) e quelli per ridurre/eliminare le schiume stabili già esistenti (defoamers, per produrre bassa stabilità della schiuma). Oggigiorno spesso un agente antischiuma possiede entrambe le proprietà e la sua nomenclatura varia a seconda del settore in cui viene impiegato (Hubbe M.).

 

La caratteristica principiale di un agente antischiuma è il fatto di essere un agente attivo di superficie (tensioattivo) che abbassa la tensione superficiale, ma anche di essere insolubile in acqua. Si disperde sotto forma di goccioline, ad esempio come emulsione, e riesce quindi a diffondersi facilmente nell’interfaccia aria-acqua, grazie alla sua bassa tensione superficiale. Certi antischiuma, ad esempio, contengono del silice idrofobo o dell’etilene bis stearamide, che perforano la superficie delle bolle della schiuma, provocandone la fusione quando l’antischiuma si diffonde nell’interfaccia (Fig. 1). Inizialmente il composto di base di un’antischiuma era un olio, ora per la maggior parte è un composto a base di silicone (Hubbe M.)

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Figura 1: Meccanismo d’azione degli antischiuma: penetrano nell’interfaccia aria-acqua e portano alla rottura delle bolle. 

Un antischiuma è dunque composto da una parte attiva, un composto idrofobo e un vettore, ad esempio acqua od olio, che trasporta il composto attivo. Una composizione classica è del silicio idrofobo disperso in un fluido, ad esempio del polidimetilsilossano (PDMS) (Fig. 2). Quest’ultimo è utilizzato soprattutto nell’industria petrolifera. 

Altri polimeri speciali come i fluorosiliconi e gli idrocarburi perfluorurati conferiscono tensioni superficiali estremamente basse e sono efficaci anche nelle schiume non acquose, ma sono costosi. 

Le proprietà fisico-chimiche possono essere facilmente modificate cambiando la lunghezza della catena del catione o cambiando il tipo di anione per produrre diversi livelli di idrofobicità (Pugh 2016).

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Figura 2: molecola di polidimetilsilossano (PDMS). 

Settori d’impiego

Gli antischiuma sono molto utilizzati in vari processi industriali, ad esempio nella produzione e nella lavorazione di: 

- combustibili

- cuoio

- vernici

- prodotti farmaceutici

- nell’industria della carta

- nella depurazione delle acque 

- in applicazioni mediche: ad esempio nei filtri per la rimozione delle bolle di schiuma dal 

   sangue aspirato da un intervento chirurgico, al fine di consentirne il ricircolo.

- … 

 

Ad esempio nella lavorazione di prodotti alimentari la formazione di schiuma è causata dalle proteine e dall’amido solubili ed è quindi necessario “rompere” la schiuma durante il processo di distillazione o nei recipienti di stoccaggio per evitarne la diminuzione di capacità. 

 

Uno dei settori industriali in cui gli agenti antischiuma sono largamente usati è nella produzione della carta e cellulosa. La schiuma è causata dai tensioattivi come saponi, fibre, talloli e particelle rilasciati durante la lavorazione dalla polpa. 

 

Negli impianti di depurazione delle acque reflue la formazione di schiuma è principalmente dovuta a saponi, detergenti o sgrassanti immessi nelle canalizzazioni da privati e industrie. Questi sono costituiti in alta percentuale da tensioattivi stabilizzanti, che una volta entrati nell’impianto sono soggetti ad agitazioni che vanno a creare un ammasso schiumoso. La formazione di schiuma perturba ad esempio il funzionamento del sedimentatore e dei filtri, complica la digestione dei fanghi, rende scivolose le superfici e può provocare lo sversamento in fiumi e laghi, e quindi la dispersione nell’ambiente (Pugh 2016).

 

Esistono dunque varie tipologie di antischiuma, utilizzati a dipendenza dell’ambito e del tipo di schiuma che si deve trattare (Agente antischiuma, 2021): 

  • a base d’olio: antischiuma che utilizza una base di olio insolubile come vettore. Può essere addizionato di cere (EBS, paraffine, alcoli grassi,…), silice idrofobica o tensioattivi per migliorarne le prestazioni. Ideali per la schiuma di superficie. 

  • a base di acqua: base acquosa in cui sono dispersi degli oli o cere (alcoli o acidi grassi). Ideali per liberare l’aria trasportata (degasatori). 

  • a base di silicone: polimero a base di silicone, si può presentare sotto forma di olio o emulsione a base acquosa. Il silice idrofobo può qui essere disperso in un olio di silicone e contenere glicoli di silicone. Normalmente è addizionato con un emulsionante per favorire la diffusione nella schiuma. Ideali sia per la schiuma di superficie sia per la “liberazione” dell'aria trasportata. Possono essere utilizzati anche in sistemi non acquosi, come ad esempio nell’industria del petrolio. Fanno parte di questa categoria anche i fluorosiliconi. 

  • in polvere: antischiuma a base di olio con vettore la silice, addizionati di un composto in polvere come cemento o gesso. 

  • a base EO/PO: antischiuma a base di polimeri a blocchi (ossido di etilene e ossido di propilene in combinazione con un alcool), prodotti per essere tensioattivi non ionici a bassa schiumosità ed eccellenti proprietà disperdenti. Contengono glicole polietilenico e copolimeri di glicole polipropilenico. Si trovano sotto forma di oli, soluzioni acquose o emulsioni a base acquosa. 

  • poliacrilati alchilici: utilizzano come vettore un solvente, ad esempio d’origine petrolifera. Si utilizzano in sistemi non acquosi dove è necessaria la liberazione dell’aria. 

 

Per l’industria alimentare, sono sempre più utilizzati gli additivi antischiuma di origine vegetale, privi della base siliconica e biodegradabili (Waterenergy, 2019). 

 

Gruppi di antischiuma e dei loro componenti

Per riassumere,  i principali gruppi di antischiuma sono:

   a)  Sistemi liquidi monocomponenti o soluzioni omogenee

   b)  Dispersioni di solidi idrofobi in un olio vettore

   c)  Emulsioni o sospensioni acquose o contenenti acqua. L’acqua funge da vettore. 

   d)  Formulazioni solide d’antischiuma. L’agente attivo è legato su un substrato inorganico, come del silicato di calcio,                   trifosfato di sodio o una matrice organica polimerica come la metilcellulosa. 

 

Anche i componenti funzionali di un antischiuma possono essere suddivisi in quattro categorie:

1. Vettori a olio: oli minerali paraffinici e naftenici insolubili, oli vegetali (soia, ricino, arachidi)

2. Principi attivi: 

  • oli siliconici (hanno una bassa tensione superficiale, stabilità termica, inerzia chimica e insolubilità totale nell'acqua). L’olio siliconico più conosciuto è il polidimetilsilossani (PDMS). Viene usato soprattutto nell’industria petrolifera per la separazione gas-olio. Nelle soluzioni acquose il PDMS funge piuttosto da vettore, mentre l’agente attivo sono particelle idrofobe solide. 

  • Silicio idrofobo: materiale normalmente idrofilo a cui vengono conferite proprietà idrofobiche. 

  • Grassi-derivati idrofobi e cere: esteri e ammine degli acidi grassi, cere idrocarburiche paraffiniche, alcoli grassi, …

  • Polimeri insolubili in acqua: molti polimeri hanno proprietà antischiumanti (glicole polipropilenico, trimetilolpropano, …).

3. Sostanze anfifile (contiene sia un gruppo idrofilo, sia uno idrofobo = tensioattivi): componenti antischiuma con diversa solubilità in acqua con effetti inibitori sulla schiuma, ad esempio l’oleato di sodio. Queste sostanze risultano solubili in acqua solo a basse temperature, ma a temperature maggiori, se viene superato il punto detto nuvoloso, flocculano e vanno ad agire come inibitori della schiuma. I tensioattivi siliconici possono anche essere classificati come sostanze anfifile.

4. Agenti di accoppiamento e di stabilizzazione: 

  • Emulsionanti: aggiunti per garantire una diffusione rapida in una fase acquosa dei principi attivi

  • Agenti di accoppiamento: utili per assicurare la tollerabilità dei diversi componenti di un antischiuma, prevenire la formazione di gel ed impedire una sedimentazione durante lo stoccaggio con temperature fluttuanti. Sono agenti di accoppiamento molti glicoli, alcoli a bassa massa molecolare o altri ingredienti detti solubilizzanti.

 

Gli antischiuma chimici più efficaci e versatili sono spesso delle miscele, ovvero possono contenere una combinazione di oli siliconici, tensioattivi siliconici o gel di silice, insieme ad due o più tipi di aggregati idrofobici dispersi. Queste miscele molto performanti sono efficaci già a basse concentrazioni (10-1000 ppm). 

Gli antischiuma a sistema singolo, meno costosi, sono utilizzati per schiume acquose (bollicine di gas disperse nell’acqua) e normalmente sono oli, gel, liquidi solubili, liquidi insolubili, emulsioni e microemulsioni e particelle idrofobiche. Ad esempio il tributilfosfato (TBP), PDMS, fluidi siliconici, alchilammine, ammidi, tioeteri, oli minerali e vegetali, cere, esteri di acidi grassi, alcoli (ottanolo), acidi grassi e loro derivati (petrolio, alluminio num stearato e sali di calcio, alluminio e zinco degli acidi grassi) (Pugh 2016).

 

Il dosaggio degli antischiuma può essere fatto sia manualmente, sia con sistemi automatici di dosaggio. Il dosaggio può essere (Surfatek, 2018) :

- di tipo preventivo, prima che si formi la schiuma

- di tipo correttivo, quando la schiuma è già presente

Tabella 1: classificazione degli antischiuma (Encyclopedia of chemical technology, Kroschwitz et al. 1993):

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* normalmente i componenti antischiuma attivi sono insolubili nella schiuma, ma i tensioattivi possono funzionare come antischiuma (solubili a basse temperature e precipitato quando la temperatura è elevata). Quando precipitano funzionano come antischiuma, al contrario da disciolti come stabilizzatori di schiuma. Ad esempio il glicole polietilenico, il glicole polipropilenicopoli e altri tensioattivi non ionici.

Alternative

L’uso di agenti antischiuma implica comunque un’introduzione di un composto chimico e quindi la contaminazione del sistema. In alcune lavorazioni questo non è accettabile, come ad esempio in quella farmaceutica. In questi casi si ricorre a tecniche meccaniche, come ad esempio (Garrett  2015):

- Ultrasuoni 

- Uso di dispostivi rotanti 

- Centrifuga

- Iniettori ed estrattori 

- “Antischiuma forato”, dispositivo antischiuma costituito da un insieme di piastre forate 

 

Un controllo della schiuma può anche essere termico. 

 

 

Stabilita della schiuma

La stabilità di una schiuma può essere spiegata da 4 parametri:

  1. elasticità superficiale

  2. effetti di ritardo del drenaggio viscoso (viscous drainage retardation effects)

  3. ridotta diffusione del gas tra le bolle

  4. altri effetti di stabilizzazione della fine pellicola derivanti dall'interazione delle superfici opposte delle pellicole

Tecnicamente una schiuma è del gas disperso in un liquido. I liquidi puri non possono formare della schiuma, dei tensioattivi solubili o altre impurità sono quindi necessarie per la sua formazione e stabilizzazione (Höfer et al 2000).

 

Gli antischiuma diminuiscono o distruggono la stabilità della pellicola delle bolle e contribuiscono a una bassa viscosità del taglio superficiale (bassa resistenza di taglio), in confronto ai tensioattivi stabilizzanti. In altre parole vanno a modificare o sostituire i tensioattivi stabilizzanti di una schiuma (Kroschwitz et al. 1993).

I due meccanismi di un’antischiuma sono infatti:

  1. L'agente disperso, sotto forma di piccole gocce, entra nella pellicola liquida tra le bolle e si diffonde come una doppia pellicola doppia. Le tensioni create da questa diffusione portano così alla rottura della pellicola liquida originale.

  2. Una gocciolina dell'agente antischiuma entra nella pellicola liquida tra le bolle, ma invece di diffondersi produce un monostrato misto sulla superficie. Questo monostrato, se di minore coesione rispetto alla pellicola originale stabilizzante, provoca la destabilizzazione della pellicola (Kroschwitz et al. 1993).

 

I criteri energetici per la distruzione delle schiume sono due (Höfer et al 2000):

  1. I materiali idrofobi, salendo a causa della loro galleggiabilità, devono penetrare spontaneamente nella superficie del liquido e formare goccioline. Nel processo, un film acquoso viene sostituito da una superficie olio-gas.

  2. Goccioline di olio galleggianti devono poi distribuirsi spontaneamente sulle lamelle che devono essere distrutte.

BIBLIOGRAFIA

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URL: //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Agente_antischiuma&oldid=122037664

 

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